Scrivo queste parole nel giorno del compleanno di mia mamma. E’ una giornata relativamente tranquilla, è domenica, una domenica “quasi” normale in cui la famiglia passa del tempo insieme, festeggia un compleanno, attende di uscire a cena per continuare i festeggiamenti. Chissà come sarà il prossimo compleanno, mi chiedo ogni anno. Sarebbe normale se non ci fosse il sottofondo di questa malattia, ricordata in ogni minuto dalle domande continue di mia mamma, dalla sua insistenza, a volte insofferenza, dalla sua “fretta” di fare, parlare, mangiare, dalla sua ansia delle uscite e del problema “bagno”, dalle nuove paranoie che ogni giorno si fanno spazio tra le vecchie, le quali lentamente ci abbandonano, dalla fissa per alcuni cibi, dal rifiuto di altri, dalla tosse quando qualcosa le va di traverso, dal set completo di medicine che ad ogni pasto le mettiamo di fianco al piatto e le ricordiamo di prendere. Ma questa è la nostra normalità. Ci si abitua, si cerca di trovare i lati positivi, si cerca di non lasciarsi andare alla comodità di dire “faccio io” per velocizzare le cose. Forse questa malattia una grande lezione me l’ha data: il tempo.
Sono un medico e in realtà l’Huntington mi ha insegnato ad essere paziente, ad avere tempo. Da quando quotidianamente interagisco con questo carattere di mia madre, ho sviluppato quella calma e pazienza che nel mio lavoro è fondamentale per interagire con gli altri. Mia mamma mi ha insegnato che per vestirsi, anche se fa fatica, ci vuole tempo. Mi ha insegnato che per fare una passeggiata, anche se con fatica, ci vuole tempo. Mi ha insegnato che per capire l’altro, anche se con fatica, ci vuole tempo. Mi ha insegnato che prima di parlare devo ascoltare, mettermi nei panni altrui, perché forse quello che vuole dire se ascolto davvero, riesco a capirlo. Mi ha insegnato che, anche se non è più come prima, possiamo viaggiare lo stesso, ci vuole solo un po’ più di tempo e organizzazione. Mi ha insegnato che dopo ogni caduta, nel vero senso della parola, ci si rialza, lentamente, ci vuole tempo.E’ la sua condizione di vita, che poi è stata anche la nostra, di tutta la famiglia, ad aver creato questa immensa sensibilità.

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